Le Olimpiadi di Spartaco

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Racconto di genere fantastico selezionato per l’antologia “Vite Sportive” (Anno 2007) pubblicata da Giulio Perrone Editore

Il fuoco ad Olimpia aveva ripreso a bruciare e sghignazzante, d’un sorriso a denti stretti, era stato gloriosamente condotto fin qui: a incendiare animi, coniare medaglie d’oro, d’argento, di bronzo o dell’eterea materia con cui vengono plasmati i sogni che ci appendono al collo da bambini e ci spronano negli anni, con le loro briglie di raso, finché…

Era il quarto – in due giorni – che scompariva in quel modo.

La faccenda s’ingarbugliava. Non potevano mica andarsene così giovanotti dello stampo di Sandro Weight, Mellory Johns o la rossa Marika! E ora era toccato a Zanelli, il nostro campione di tuffi.

I giornali inveivano, con i loro titoloni da prima pagina, ma solo il silenzio continuava a regnare. Lo stupore non lasciava posto che a sguardi, bocche da tonno fresco di pesca, teste – stordite dagli avvenimenti – traccianti aureole a forma di otto, il regale pianto dei parenti.

Principalmente ci si stava dando da fare per porre fine a questi insoliti dissolvimenti.

La soluzione che più si prestava, l’interruzione dei giochi olimpici, avrebbe lasciato a bocca asciutta milioni di telespettatori e di tasche.

Ma la convinzione che niente avrebbe potuto ammutolire oltre portò a declamare una pausa che non deluse le aspettative, perché certi misteri ti tagliano la lingua e te la infilano giù per l’esofago a stuzzicare il piloro della coscienza.

La stampa continuava a insultare il mondo mentre io, appollaiata sopra uno degli illusori seggiolini dello Stadio della Capitale, circondata dal vuoto colorato delle gradinate nei giorni di pioggia, fissavo un puntino: quel filino d’erba fra i tanti, che trascinava la mia mente in un tunnel verde di idee sconcatenate e liturgiche esclamazioni in cerca di un Dio che rispondesse a una sola delle mie domande, ma Dio non c’è mai quando serve.

Neanche Sandro Weight c’era più.

Con i suoi due metri e dieci culminanti nel campo d’orzo dei capelli. E gli occhi! Quanto mancheranno gli occhi di Weight. Immobili, luccicanti prima della rincorsa.

Bucava le telecamere quel blu, figuratevi il cuore di Jane quando le aveva giurato di amarla e lei gli s’era lanciata al collo restando a mezz’aria sorretta da lunghe braccia bionde e, smarrita nell’amplesso, s’era lasciata planare sulle soffici piume dell’amore.

Ma ora Jane stava precipitando, e nel cuore il dolore s’era scavato un varco, una caverna in cui risuonava la sua disperazione.

Weight s’era spinto in avanti, come un guerriero in battaglia, impugnando la sua lancia con entrambe le mani: una breve rincorsa e l’arma affondava a terra imprimendo al corpo uno slancio formidabile, che lo proiettò al di sopra della traversa, oltre i sei metri. Ma al momento dell’imbucata, con la stessa facilità con cui l’asta ricadde, senza il minimo fallo, egli si smaterializzò.

Senza banali trucchi, senza lasciare residui, come il capitano dell’Enterprise in uno dei tanti episodi della serie. Solo che quello non era Kirk, era Weight, il campione mondiale di salto con l’asta, che lasciava i suoi fan a braccia aperte, come a recitare un Padre Nostro. Quelle mani non si unirono mai in un applauso, finirono col disperdersi fra i capelli alla ricerca di un perché.

Marika la rossa adorava le rosse,

quelle con la mozzarella di bufala e i pomodorini siciliani, ma i suoi occhi non lasciavano trasparire una briciola della passione con cui divorava la tredicesima clonazione del suo pranzo, si limitavano a rispecchiare il freddo bianco.

La svolta della sua vita arrivò su una slitta.

Ivan adorava viaggiare e le poderose zampe dei suoi cani l’avevano trainato per la Russia in ricerca della risposta alla prima domanda adulta d’una bimba tutta capelli.

“Questo è l’Occidente! Piccola mia”.

E lei, che giocava ad acconciarsi come l’ultima delle imperatrici, lasciò esplodere sulla testa il suo fuoco d’artificio correndo incontro alla sua risposta: un’enorme pizza, rossa come il sole della sera, fredda come le trasparenti stalattiti, ma infinitamente più saporita una volta scaldata.

E Marika decise che l’occidente sarebbe stato suo ad ogni costo. E lei il modo l’aveva trovato. Lanciava il suo peso, tondo come la sua passione, senza spigoli, né bruciature. Lo lanciava al di là del limite dell’ultimo primato.

Era rimasto ben poco della sua terra natia: l’arancio dei capelli e il rosso di un tramonto, che moriva sotto la neve dei suoi occhi.

Non aveva neanche più un padre da aspettare. Nessuno pianse per lei oltre al suo coach. Piuttosto risero, nonostante la complessità dell’avvenimento, risero, come anch’io d’altronde!

Come si fa a non ridere quando un’atleta, dello stampo di Marika Ivanonski, si prepara con la Siberia negli occhi, le gambe pronte a sostenere oscillazioni da scala Richter, braccio indietro, dorso della mano sulla spalla a sollevare quel leggerissimo mondo di metallo.

E quindi imprimere una spinta tale a quello stesso braccio, che distendendosi in avanti, invece di gettare, ancora più in là, la magica sfera, trascina con se la sua Marika e tutto il suo Occidente verso una traiettoria tesa come il pubblico, come me, che esplodiamo in un grosso coro di Ah! Ah! Ah!

Sia stato per rabbia, stupore, paura o solo per ridere, Marika la rossa aveva personalmente battuto il suo record, che però non risultò valido poiché i suoi piedi, dopo lo scatto, non restarono all’interno della pedana.

Per Mellory Johns fu meno plateale.

La giovane studentessa in giurisprudenza sorvolò la pista dei 400, come da tre anni a questa parte, senza valide antagoniste, che potessero regalare qualche brivido in più. Raggiunse il traguardo con la velocità di una libellula viola e lì, il filo della vittoria s’attorcigliò all’ultimo slancio della sua corsa e, senza troppe riverenze, si annodò nel vuoto che Melly lasciò fotografare.

Zanelli. Era il suo turno, e le ragazze lo sapevano bene.

Scolpito dai fulmini di Zeus, gli stessi che sostenevano i formidabili voli oltre il trampolino, gonfiò il suo petto, e noi il nostro, in un sospiro unisono che lanciò quel corpo all’indietro, come un’anguilla, e con un colpo dei possenti lombari chiudersi a serramanico per tornare a tendersi con virilità e avvitarsi nei sogni proibiti, freddati dalle gocce d’acqua che l’impatto ci spruzzò sul viso.

“E no, lui proprio no, maledetta cosa misteriosa, puoi andartene all’inferno e trascinare con te chi ti pare ma non il mio Paolo Zanelli! Ma che Ade gli prende a Zeus! E gli altri? Se ne stanno muti ad attendere una risposta! Ma se non formuli domande chi vuoi che ti risponda?

Proprio non avrei creduto di arrivare fin lassù. Quella scala interminabile risucchiava il mio intestino dall’esofago. Sembravano tutti formichine colorate.

Accidenti, ma che ci guardavo a fare di sotto?

Le squadre dei soccorsi avevano svuotato la piscina e poi riempito e svuotato e poi di nuovo riempito. Come se aspettassero, tra uno svuotamento e l’altro, la misteriosa ricomparsa di Paolo.

“Smettetela di svuotareee!!!”

“Perché?”

Mi chiedevano perché quei rammolliti! Ma era o non era logico che l’unico modo, per toccare il fondo della cosa era andare a fondo, in quello stesso fondo in cui, un giorno prima, s’era tuffato il mio Paolo? Certo! Peccato che non sapessi neanche nuotare. Cosa ci facevo allora su quel trampolino ondeggiante a dieci metri dal suolo? Vomitavo.

Tutto cominciò a scorrermi davanti agli occhi come se la testa ruotasse sull’asse del collo vertiginosamente, eppure i piedi li avevo ben piantati su quella cosa cui mi ero liberamente arrampicata. Insomma, quando abbassai la testa i piedi erano lì sempre a portata di vista. Era il resto che cambiava, tutt’intorno, come se il mondo avesse preso a girare, e di spiegazioni scientifiche ne trovai, ma proprio non calcolai lo specchio blu contro il quale finii per schiantarmi. Dopo di che svenni.

Quando mi risvegliai era inverno.

Spalmata sulle gradinate, con la spontaneità di un bimbo, che si rotola dove non può, ma gli piace e tanto, rotolai giù di cinque o sei file accompagnata da un vortice di soffici fiocchi: la neve che impazza e solletica il riso e la maniacale voglia di appallottolarla e lanciarla sulle facce seriose. Ma che strano, quei fiocchi eccitanti a bizzeffe, non erano neve, sembrava sapone, di quello a scagliette, ma ben grattugiato, da trarre in inganno l’intera legione.

Cominciai a rantolare e a grattarmi la testa come se avessi contratto un morbo tignoso, poi trovai l’antidoto davanti ai miei occhi: Zanelli. Era lì che librava a mezz’aria come un feto senza troppa voglia di nascere. Distendeva poi le sue gambe da uomo, le braccia e la vu della schiena.

Pensai: nessun rapimento, s’è trattato di un sogno! Ho vomitato aria, eppure ho mal di stomaco. Sarà questo sapone che piove giù… “Sapone?” Io forte lo gridai, ma quello che ne uscì, fu solo un gorgogliare. “Affogo oddio, venitemi a salvare!”

Smisi di pormi domande, cessò il mio telepatico SOS, ripresero i miei occhi curiosi a navigare, io stessa m’imbarcai. Nel corso del mio viaggio dimenticai persino il figlio di Zeus.

Mi ritrovai a contemplare cose, che non mi ero neanche permessa di immaginare. E ritrovai tutto, tutto quello che il mondo aveva smarrito nella foga di un applauso.

C’era Weight, che schizzava in alto e in alto e in alto, Weight che librava, librava.

C’era Mellory, che correva tutto in tondo, e correva, verso un traguardo, e correva.

Marika, che mangiava la sua pizza, accovacciata al centro della pedana, mentre il suo passato sfrecciava lontano

E c’era il cielo, il cielo luminoso degli occhi di Spartaco.

Spartaco, che ci fissava, al di là della cupolina di vetro mentre, agili, le sue manine ci avvolgevano e sconquassavano nell’intento di mettere al palo – cui tentavo di aggrapparmi – anche l’ultimo anello. Quello rosso.

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