Storie di contagiosa gentilezza

alberi radici gentilezza

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Un solo atto di gentilezza mette le radici in tutte le direzioni, e le radici nascono e fanno nuovi alberi (Amelia Earhart)

Era da un po’ che non venivo travolta da quella contagiosa gentilezza che, come la più dolce delle manie, spinge a ripetere quel gesto con altrettanta cura.

Perché non costa molto, ma gonfia il cuore – come l’elio il palloncino – e dal cuore si dirama, passando per le vene, fin sulla punta delle dita, della lingua, del naso per protendersi oltre, al di là di noi.

Sono stati realizzati video che mostrano quanto un piccolo gesto di gentilezza possa generare una catena di altri piccoli gesti gentili. Fotogrammi emozionanti, che fanno riflettere, ma a cui troppo in fretta sovrapponiamo altri fotogrammi, più spensierati e divertenti.

Nei video le sequenze sono strutturate secondo le regole della sceneggiatura: gesti messi in fila per far scattare meccanismi di immedesimazione nello spettatore, che viene travolto da musiche che farebbero piangere anche i sassi.

Ma, qualche settimana fa, la realtà ha superato la fantasia e mi sono ritrovata nel bel mezzo di una sequenza di gesti gentili.

Il peso della spesa

Fare la spesa di sabato pomeriggio non mette di buon umore, eppure…

… Al supermercato, nel mini garage sotterraneo, c’è la fila per parcheggiare, ma udite udite: nessuno suona il clacson, neanche quando si libera un posto.

Sbircio all’interno delle vetture: tutti svegli, nessun dorme, i loro visi sono sereni, qualcuno canticchia persino, sembra quasi un drive in.

Il primo della fila avanza, il resto della fila neanche si muove, non osa avvicinarsi finanche di un millimetro. Quando aspetti il parcheggio il tempo si dilata, ma non serve fare il giro, il garage inizia qui e finisce venti metri più avanti. Stando fermi la situazione è sotto controllo. Però, oggi, è un sabato strano.

La fila aumenta, ma resta composta, nel suo schieramento di utilitarie. Utili a starsene seduti, con l’aria condizionata e la benzina che brucia, inquinando l’aria al di fuori dell’abitacolo.

Ma al di qua del finestrino, sto ancora aspettando quand’ecco l’ascensore giungere al meno uno e spalancare le sue fauci liberando papabili autisti. Li riconosci dalle chiavi, dai pulsanti premuti, dai fari che lampeggiano illuminando i nostri sguardi di telespettatori assuefatti.

Qualcuno osa parcheggiare il carrello e abbandonare il garage con i piedi. In un altro momento ne sarei indispettita, ma non oggi. Non in questo sabato sospeso tra la spesa e l’estate.

D’improvviso mi ritrovo in testa alla fila. L’emozione è fortissima, non posso negarlo. Una signora mi sorride mostrando le chiavi. È il mio turno, non c’è dubbio. Ricambio con un sorriso a trentadue denti e prendo il mio posto nel mini garage. Scendo dall’auto e il signore coi capelli bianchi, che adesso è il primo della fila, mi sorride. Non mi odia, come sarebbe giusto che sia. Sorride. Continuo a sorridere anch’io: a lui, agli altri, alla pulsantiera dell’ascensore.

Ora capeggio una fila nuova. La fila per l’ingresso in ascensore. L’unico che permette di salire al piano superiore con il carrello. Ma l’abitacolo è stretto e tutti non ci stiamo, non senza un poco di flessibilità, soprattutto se si aggiunge la nonnina col nipote.

“Prego, si accomodi.”
“Se inseriamo un carrello dentro l’altro…”
“… Geniale, non ci avevo mai pensato!”
“Prego, signora, c’entra pure il nipote!”
“Non è mio nipote, ma è come se lo fosse.”
“Che dolce…”
“Al completo?”
“Direi che si parte!”

È solo un piano, ma sembriamo in viaggio verso la Luna. Sale lento, il movimento lo percepisci appena. Sembra di essere in assenza di gravità. Di sicuro manca l’ossigeno.

A destinazione la porta si apre mostrando tre persone: attendono di prendere il nostro posto nell’ascensore, hanno i carrelli strapieni di roba e la bocca piena di denti. È decisamente un sabato strano. Non cercano di infilarsi di forza, come sulla metro o sul bus. Sorridono, nonostante i surgelati si sciolgano sotto al sole, che penetra dalla vetrata togliendo forza ai condizionatori di freddare l’aria.

“Uno alla volta, sfilate i carrelli…
… Noi usciamo verso sinistra, voi entrate dalla destra.”

Gesticola. Mi chiedo se sia un vigile urbano nel suo giorno di ferie, troppo giovane per la pensione. Non fa multe, forse per questo risulta simpatico a tutti.

Nel reparto ortofrutta è il turno delle buste, che non vogliono mai separarsi l’una dell’altra, e tanto meno aprirsi, ma un signore tiene fermo il mio rotolo, mentre cerco di strapparne via una. A mia volta tengo il rotolo alla finta nonnina.

Armati di tutto punto rovistiamo tra frutta e verdura. Dal di fuori potremmo fare un po’ pena, sembrare ratti nell’immondizia. Ratti felici però. Non trapela rancore neppure verso il cartello del prezzo. È la conquista del pane. Ringraziamo di esserci.

“Mi scusi, che numero le mele?”
“Basta premere il pulsante e l’etichetta salta fuori!”

Mi arrampico sullo scaffale e ciò nonostante non ci arrivo. Una mano oltrepassa la mia testa e mi porge il prodotto per il quale stavo spasimando.

Lo ringrazio, mancava solo quello. Ho finito, ho quasi finito, evito il banco del pane prendendo pane in cassetta: è meno buono, ma tanto sono a dieta.

“Signora, la bottiglia fa acqua da tutte le parti!”
“Non solo quella!”. E ridiamo.

Mi resta da affrontare un’ultima fila, la più pericolosa: la fila alla cassa, dove la gente corre per accaparrarsi il posto, spinge i vecchietti, salta a piè pari i bambini.

E invece no, stavolta no, un’epidemia di bontà ha invaso il supermarket!

“Lei ha solo un pacchetto? Ma prego, passi pure!”
“E lei ha solo il latte? Ma prego, vada avanti!”

Ben due gesti di gentilezza a fronte di file chilometriche in un solo pomeriggio, un sabato pomeriggio, un pomeriggio di giugno!

Non posso sottrarmi, il contagio è diretto. Il mio carrello è pieno, il suo quasi vuoto. Come posso far finta di niente? Fingermi malata, di fretta, demente?

“Ehi, lei col bambino? La prego, passi avanti!”

L’epidemia si espande, non c’è vaccino che tenga!
È un contagio gentile da cui non voglio sottrarmi.

I surgelati se ne faranno una ragione, rideranno insieme a me per l’ora di cena. Tanto più che alla borsa frigo s’è rotta la lampo, ma va là, che poi la sistemo. Anzi, ne acquisto una nuova, ce n’è un tipo proprio qui, accanto alla cassa, di un blu luccicante che ricorda l’oceano.

Pago, imbusto, saltello, tra le uova e la frutta.

“Grazie a lei e buon lavoro!”

Nell’ascensore, col carrello stracolmo ci stiamo forse in due, ma a braccia conserte entra pure il finto nipote.

“Famiglia numerosa?”

Che nonnina curiosa.

“No, è che faccio la spesa per la settimana…”

La finta nonnina scruta nel mio carrello. Non sono un granché come donna di casa. Non vado bene per il finto nipote, ma il finto nipote mi fa l’occhiolino.

Carico tutto in auto e parto in gran fretta, il primo della fila aspetta il suo posto. C’è il traffico di sempre, il semaforo rosso. Sorrido al vecchietto, che attraversa a rilento. Mi ringrazia alzando la mano, ma il mio era un gesto dovuto. E invece no, era un gesto voluto: non è stato il semaforo a frenare il motore, se acceleravo passavo per prima.

Ho parcheggiato in fondo alla strada, il sabato molta gente non lavora e le auto sono tutte al loro posto. In fondo, neanche io sono andata a lavoro.

Prelevo le buste dal portabagagli, mi avvio verso casa un passo alla volta. Nel percorrere il viale, sotto al sole di giugno, non sento neanche il peso della spesa.

La gente continua a buttarsi merda addosso e a richiedere teorie a gran voce, quando dovunque in qualunque momento di qualsiasi giorno il più piccolo gesto di gentilezza che cade come una goccia di pioggia basta a mettere in moto tutto quanto. (Charles Bukowski)

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